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Riccardo, racconta


Lungo colloquio (a ruota libera) con Patrese alla vigilia della stagione per lui più importante


Riccardo, se tutto va bene, il 1982 sarà per te l’anno della «consacrazione». Vogliamo fare un tuffo nel tuo passato, raccontare la tua vita, confessare i piccoli e i grandi segreti?


Facciamolo. Sono pronto!


Carta, d’identità…


Sono nato a Padova, nel segno dell’Ariete, il 17 aprile 1954.


Primogenito?


No, ho un fratello, più vecchio di 13 anni. Si chiama Alberto, è ingegnere, lavora all’Alfa Romeo. E’sposato, ha una bambina di 8 anni, Francesca, abita a Milano ed é un «fanatico» di automodellini.


Parlami dei tuoi genitori…


Mia madre si chiama Elena Zorzati. È padovana. Insegnava alle scuole medie. Una professoressa di lettere. Brava, credo. Cinque anni fa è andata in pensione. E’ molto dinamica, ancora una bella donna, nonostante abbia superato la sessantina.


E tuo padre?


Papà Mario mi assomiglia, é più longilineo, forse più simpatico, ma metodico, preciso, pignolo. È più vecchio di mia madre. Fa il commerciante all’ingrosso di generi alimentari. Anche lui è veneto, di Badia Polesine. La famiglia Patrese è nata 42 anni fa, in chiesa, al duomo di Padova.


Problemi economici?


No, abbiamo vissuto normalmente, senza preoccupazioni.


Hai una cicatrice in viso, sotto il labbro inferiore. Cosa ti è successo?


Mi sono tagliato, da bambino.


Sei cresciuto bene, un’infanzia felice?


Credo di si. Mio fratello, Alberto, mi ha fatto quasi da secondo padre, mi ha sempre seguito con affetto, e lo fa ancora, con consigli preziosi.


Da chi hai ereditato la passione per l’auto?


Non certo da mia madre, lei fino a un po’ di tempo fa è sempre stata contraria all’automobilismo. Da mio padre, che era un grande appassionato, e da mio fratello.


Giocavi con le macchinine eletriche?


Certo, e anche con i trenini…


Che scuole hai frequentato?


Il liceo scientifico a Padova. Sono iscritto all’Università, facoltà di scienze politiche.


Università, che, immagino, transcuri…


Dal 1973 a oggi, ho dato in tutto otto esami. Ma non ho perso la speranza di laurearmi. Vorrei continuare.


Quando ti è nata la passione per l’automobilismo?


Mah, all’inizio non avevo il pallino per le corse. Si, mi piacevano, ma non diventavo matto, mio fratello, invece, aveva una vera passione. A 19 anni si comperò un kart: e io cominciai a salirci sopra, con la curiosità di un ragazzino di sei anni. La decisione di fare del karting seriamente arrivò dieci anni dopo.


E nel frattempo quali altri sport praticavi?


Sci e nuoto. Ero anche bravino, sai? Ho fatto sci dai sei ai vent’anni circa. Nelle Tre Venezie ero abbastanza quotato, avevo un discreto punteggio in graduatoria nazionale. Ero forte nello slalom gigante e nello speciale. Quando arrivava l’estate, correvo in piscina. Ma piaceva molto. Dai 10 ai 15 anni, ho nuotato per la Rari Nantes Patavium, in squadra, con me c’era Novella Caligaris. Ero uno “stileliberista”, poi passai al dorso, per esigenze di staffetta. Facevo tempi mica male.


E allora, perché non hai continuato? Potevi diventare un campione di nuoto?


Penso di si. Ma, sai come succede. Eravamo una quindicina di ragazzi molto affiatati, si viveva e si giocava in piscina. Quando la compagnia si sciolse, persi l’incentivo. Nel frattempo, cresceva il mio interesse per il kart. Non potevo fare tutto. Fui costretto a scegliere, o il nuoto o il kart. Sai come andò a finire…


Che alla fine Riccardo Patrese fu campione del mondo di kart. Accadde nei 1974, se non sbaglio.


Certo, fu sui circuito dell’Estoril, in Portogallo. Mi ricordo di aver battuto, tra gli altri, anche Prost.


Per quanti anni hai corso in kart?


Molti. In modo serio, professionale, dal 1970 al 1974.


E chi erano gli altri piloti italiani?


Non me li ricordo tutti. Necchi, Gorini, Mombelli, Cheever, Gabbiani e Rovelli, questi erano i più pericolosi…


In quel periodo, hai cominciato a guadagnare, vero?


Qualcosina. Due o tre millioni. A quei tempi, erano una cifretta.


A vent’anni, hai fatto il grande salto, dai kart a un automobile vera. Fu facile?


Ancora oggi, devo dire grazie alla Scuderia Nettuno di Bologna, che mi offri una macchina per correre in Formula Italia. Tra l’altro, la federazione karting me ne aveva assegnata un’altra. Mi trovavo , quindi, in una buona situazione.


Ma in famiglia, non tutti erano d’accordo vero?


Mio fratello Alberto ovviamente, si. Mio padre fingeva di tenere un atteggiamento neutrale. Mia madre non voleva proprio saperne. Alla fine, la convinsi. Il mio impegno, in Formula Italia, doveva essere soltanto di un anno…


In Formula Italia, hai incontrato Giacomelli, che ti ha battuto.


Un momento, un momento. Giacomelli vinse il compionato, ma in assoluto io avevo collezionato più punti. Il fatto è che lui vinse 5 gare, e io soltanto tre. Vallelunga, Mugello e Imola. Feci anche parecchie “pole position”, e molti record sul giro.


Mentre tu correvi in Formula Italia, Eddie Cheever era emigrato in Inghilterra per correre in Formula 3 e Formula Ford; Piero Necchi e Beppe Gabbiani continuavano a correre in kart dove arrivò anche Elio de Angelis, Prost, invece, era passato alla Formula Renault. In un certo senso, Cheever aveva, bruciato le tappe, non ti pare?


Boh, poi nel ’76 ha corso con una March, motore Lancia 6 cilindri preparato da Brambilla. Non si è mai qualificato.


Torniamo a Patrese. Cosa successe nel 1976?


Mi chiese, perché non provare una Formula 3…


E la mamma?


Ormai era coinvolta, cominciava a crederci.


Con la Formula 3, hai incontrato le prime difficoltà. Eri giovane di talento, ma non tutti volevano.


Ho bussato a tante porte. Quelle di Osella e di Pavanello, le trovai chiuse. Per fortuna incontrai Trivellato, che aveva appena rotto con la March e stava preparando una Chevron tutta nuova. Fu lui assieme allo sponsor Stebel a darmi fiducia. Fu un anno straordinario. Vinsi, in un colpo solo, due campionate: l’europeo e l’italiano. In Italia, mi ero scontrato con Piercarlo Ghinzani, in Europa, con Brancatelli e Anderson.


E Giacomelli?


Lui era andato a correre nella Formula 3 inglese. Ci siamo incontrati al Gran Premio di Montecarlo e al Gran Premio Lotteria di Monza.


A Montecarlo, Giacomelli ti ha battuto…


Sì, ma al Lotteria gli ho dato una bella lezione. Quindi, nel 1976, tra me e Bruno, 1-1.

E tutti i due, nel ’77, approdate nel campionato europeo di Formula 2.


Sì, sempre con la Chevron e con Trivellato. Andiamo subito bene. A Silverstone, mi ricordo, prendo un punto. A Thruxton, per colpa di una gomma, mi devo accontentare del quinto posto, un peccato, perché ero in testa. Anche al Nürburgring, sono al comando, ma esco di pista, perché l’asfalto era molto umido. Nel campionato europeo, sono arrivato quattro volte secondo: quarto, alla fine in campionato. Fu un campionato piuttosto bello e combattuto. C’erano Arnoux, Pironi, Cheever, Daly, Zunino, Hoffman e Giacomelli.


La gara decisiva, per la tua carriera in Formula 1, fu quella del Nürburgring, vero?


In formula 2, quell’anno correvano anche alcuni piloti di Formula 1. Al Nürburgring, feci una stupenda “pole position”. Pensa, 7’15”. Diedi tre secondi a Jochen Mass e quattro a Clay Regazzoni. Quel tempo di qualificazione fu la mia carta di presentazione per la Shadow, che cercava un pilota con cui sostituire Renzo Zorzi.


Mi ricordo ancora il tuo esordio a Montecarlo, tutti dicevano che non ti saresti neppure qualificato, e invece…


Non ero mai salito su una Formula 1. Alla fine della prove, avevo il quindicesimo miglior tempo. Al traguardo del gran premio, fui nono. Che soddisfazione! E già quell’anno riuscii a prendere il mio primo punticino, in Giappone. Ma non posso dimenticare l’emozione di Montecarlo, anche per un’altra ragione…


Quale?


Il giorno del Gran Premio di Monaco, il 18 maggio 1977, è nato mio figlio, Simone.


Parliamo un po’ di Ambrosio, lo sponsor della Shadow, il finanziere “enfant prodige” che poi fini in carcere…


Quando lo incontrai alla Shadow, in Inghilterra, non sapevo neppure chi fosse. Non avevo certo indagato. Ambrosio, si è comportato con me in modo molto corretto.


Che giudizio dai di Ambrosio?


L’ho già dato. È stato molto corretto, per quando mi riguarda. Me lo ricordo molto vivace e intraprendente. Non mi sembrava un uomo da Formula 1, ma si stava pian pianino integrando. Certo, amava resto, in Formula 1.


E poi, arrivò l’Arrows. Come andarono realmente le cose?


Già alla fine del ’77, nella squadra c’era un malumore generale, nessuno andava più d’accordo con Nichols. La scissione fu in un certo senso naturale. In quel periodo, ero in squadra con Alan Jones. L’Arrows preferi Patrese, Jones fu lasciato libero.


E tu hai rifiutata, allora, una proposta di Frank Williams. Pensa, se tu avessi accettato…


È vero. Williams mi aveva cercato. Ma, allora, tra Williams e Arrows non c’era differenza. Frank, lo ricordo bene, mi disse: “Voglio o te o Jones, il primo che arriva ha il posto”. Io fui indeciso, avevo la proposta Arrows: Jones invece, era libero, non aveva nulla in mano.


Ripeto: se tu avessi accettato…


Si fa presto a dirlo.


Non ti sei mai pentito di quella scelta?


Il fatto è che nei momenti chiave, importanti, della mia vita, la fortuna non mi è stata molto vicina. Sulla mia strada, ho sempre trovato davanti o qualcuno o qualcosa. Il motore che si spacca in Sudafrica, a 14 giri dalla fine, quanda ero nettamente primo. Oppure, il ventilatore di Lauda, in Svezia. Ti pare giusto?


E con Enzo Ferrari? Non è stato certo un romanzo “d’amore” a lieto fine. Forza, racconta…


Nei ’78, subito dopo il Gran Premio del Sudafrica, fui convocato dall’ingegner Ferrari. L’incontro avvenne a Modena nella sede della Scuderia Ferrari. L’ingegner Ferrari mi voleva conoscere, per stabilire un primo contatto.


E poi?


Fui convocato, una seconda volta, verso la fine del ’78. L’ingegner Ferrari mi disse che per l’anno successivo non poteva darmi un posto nella sua squadra. Per cause di forza maggiore. Ma rimanevo pur sempre il primo in “lista d’attesa”.


Avevi firmato un’opzione per la Ferrari?


Sì, nell’aprille del ’78.


Se non ti facevi pagare, quando Ferrari non poté mantener fede all’opzione…


No, no. Guarda che io mi sono trovato davanti al fatto compiuto. Quando fui chiamato a Maranello, prima mi diedero l’assegno, dicendomi “eccole quanto dovuto”, e poi incontrai l’ingegner Ferrari. Questo sia chiaro.


Nel frattempo, avevi ricevuto anche un’offerta dalla Brabham…


Si, ma avrei dovuto firmare un contratto triennale, come poi fece Piquet, e lo sognavo sempre di poter correre, un giorno, con la Ferrari.


Ma alla Brabham non volevi fare il secondo di Lauda. Pensa, prima della fine dei campionato, il pilota austriaco si è ritirato… e tu saresti diventato subito il pilota di punta, e magari saresti arrivato già l’anno scorso, nel 1980, al titolo, forse non avresti commesso tutti gli errori di Piquet, forse…


Forse, forse, forse… Te l’ho già detto, nei momenti decisivi, quello che mi sembrava giusto, alla resa dei conti si rivelava sbagliato.


Nei ’78 ti ha cercato anche l’Alfa Romeo, vero?


Sì, prima del Gran Premio d’Italia a Monza. Nulla di concreto. Parlai molto con Corbari, pochissimo con l’ingegner Chiti. Intendiamoci, sono rimasto all’Arrows, non come ripiego, ma perché era una squadra che mi piaceva, che ormai conoscevo nei pregi e nei difetti.


Ritorniamo a Ferrari, perché la storia di questo Patrese che da un momento all’altro doveva correre per il cavallino rampante, ci ha tenuti tutti col fiato sospeso. Racconta!


Alla fine del ’79, incontrai nuovamente l’ingegner Ferrari. In sostanza, mi dice: “Guardi, Patrese, la squadra è andata molto bene”. La mia speranza cade, ma si riaccende nel marzo del 1980, mi arriva una richiesta: “Quanto vuole Patrese per correre con noi nel 1981?”. Dovevo dare una risposta nel giro di 24 ore. Non era una risposta difficile. “Non, ne faccio una questione di soldi. Faterni una offerta voi”. No, dovevo essere io a fare il primo passo. Alla fine, dissi: “Quello che prendo oggi, nulla di più”. Vado a correre in Sudafrica coi morale alle stelle. Torno, e mi dicono, dalla Ferrari: “Si ritenga libero, Patrese. Noi non siamo in grado di garantirle nulla”. E la storia fini.


E poi arrivò Pironi. Alla fine del 1980, si riparla ancora di Alfa Romeo. Perché anche questa trattativa è sfumata?


Non so la ragione. L’ingegner Chiti mi chiarnò in Autodelta, prima del Gran Premio d’Italia a Imola. Io ero deciso ad accettare. Ma l’Alfa scelse Andretti.


Già, allora avevi avuto una seconda proposta da Bernie Ecclestone…


E non solo dalla Brabham. Come sai, la Ragno voleva entrare in Formula 1. Con Ecclestone non siamo riusciti a concludere, allora, per una questione di spazi pubblicitari sulla vettura. Nello stesso tempo, e sfumato il contratto con la March, per colpa di Robin Herd, lo stesso con Fittipaldi e con Tyrrell. Con la Toleman quasi quasi si finiva per concludere. Con Osella, invece, io non ho mai parlato. Alla fine, ho fatto un altro anno con la Arrows. Ora, finalmente, sono con la Brabham.


E qui finisce un capitolo della tua vita; se ne apre un altro, probabilmente molto più felice e proficuo.


Un momento. Ti voglio ricordare una cosa. Non ho rimpianti. Ho sempre fatto quello che pensavo fosse giusto fare. Ne ero convinto. Se poi le cose non sono andate per il verso giusto… Ecco ora sono un momentino più filosofo, più fatalista.


Tra l’altro, non bisogna dimenticare quanto accadde a Monza nel ’78, una vicenda che certamente non ti ha giovato.


Non parliamone. Acqua passata.


Tutti dicevano che eri un pilota scontroso. Perché?


Intendi i miei rapporti con i gionalisti. Si, lo dicevano, ma ora i rapporti sono migliorati. Forse perché sono cambiato anch’io.


E si diceva che eri anche presuntuosso e antipatico.


La mia timidezza veniva scambiata per presunzione. Il fatto che io cercassi di stare per conto mio, un po’ appartato, mi faceva apparire antipatico. Non ho mai dato confidenza a persone che non conoscevo bene.


Hai mai avuto qualche attimo di paura?


La paura per un pilota non deve esistere. Se esistesse sarebbe una terribile angoscia. Certo, ci sono attimi di tensione, che vivi all’interno dell’abitacolo della tua vettura. Non è paura. Sono violente scariche di adrenalina.


Sei un pilota, e un uomo, che dice sempre la verità?


Piuttosto di mentire, sto zitto.


Nella vita di tutti i giorni come ti comporti?


Sono deciso. Vado dritto. Fino in fondo.


E come ti trovi nei panni di padre?


Simone è una splendida realtà. È bellissimo, un po’ cicciottello, a quattro anni pesa più di 18 chili. Un po’ timido, forse, come suo padre.

Di Giulio Schmidt per Autosprint (1982), dalla mia colezione privata. Published here for non-profit, entertainment-only purposes. No copyright infringement is intended.