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Nel mezzo del cammin di nostra vita...


Per noi giornalisti che viviamo gomito a gomito nei giorni del Gran Premio è diventato sempre più impossibile o quanto meno raro scambiare quattro chiacchiere con i piloti, che non siano superficiali. Difficile soprattutto riuscire a trasformare un’intervista in un colloquio intimo e senza riserve. A me personalmente è capitato con Riccardo Patrese veterano delle corse, e non a caso.


Da che parte vogliamo cominciare? Ti dico subito che il mio obiettivo è quello di conoscere alcuni aspetti della Formula 1, soprattutto quelli meno appariscenti relativi ai suoi primi attori. Perciò intendo coinvolgerti in prima persona sicuro che tu mi possa condurre quasi per mano. Anzi, facciamo che io sia Dante e tu Virgilio (le mie scuse ai due sommi naturalmente le ho già fatte anche a nome tuo). Mi rendo conto che il paragone è irriverente, ma fino a un certo punto se è vero che il mondo della Formula 1 è esclusivo e quasi fantastico, se è vero che in Formula 1 ci sono mostri, geni, tecnici, gioie, dolori, vittorie, sconfitte, e quindi uno scenario di amori e di contrasti che possono scatenare le più accese fantasie. Del resto la tua presenza dopo 13 anni in Formula 1 giustifica il fatto che io ti abbia scelto per portarmi per mano, come si diceva. E poi non è simpatica l’idea di un Bernie Ecclestone nei panni di Caronte che chiede i pass a tutti prima di farli accedere al di là dello Stige, perdona, volevo dire nei box? A proposito, come l’hai studiata la Divina Commedia, che studi hai fatto?

Liceo Scientifico. Mi sono iscritto poi alla facoltà di Scienze Politiche alla quale sono rimasto iscritto per 4/5 anni, ma non ho terminato. Non è che mi esaltasse troppo studiare la Divina Commedia, tanto è vero che, soprattutto sotto maturità ho dovuto aiutarmi con il Bignami per cercare di riassumerla um po’ velocemente.

Come è iniziata la tua vera scalata alla Formula 1? Quali sono state in quegli anni le persone che ti hanno dato credito e quali gli ostacoli?

Sono arrivato in Formula 1 senza crederci molto, nel senso che ho finito di correre con i kart nel ’74 vincendo il campionato del mondo. Ho avuto quindi delle offerte per passare all’automobilismo grazie a questo mio primo exploit. Ho fatto un anno di Formula Italia, ottenendo dei buonni risultati al quale ha fatto seguito una stagione in Formula 3 con Trivellato nel campionato europeo che tra l’altro ho vinto. L’anno dopo ho partecipato al campionato di Formula 2 sempre con Trivellato e dopo 3/4 gare mi hanno chiamato a correre in Formula 1. Un’avventura non programmata che si è evoluta in modo naturale senza forzature, intendo. Nel giro di due anni sono sceso dai kart e sono salito su una Formula 1.

Chi erano allora i tuoi miti in Formula 1?

Non avevo miti. Ho sempre pensato che quelli che correvano fossero degli uomini normalissimi e ho dimostrato a me stesso e alle mie idee che ci sono arrivato senza dover credere in nessun mito, ma solo con la costanza e l’applicazione, magari con un po’ di vocazione per l’agonismo in genere, questo sì.

Con che occhi li seguivi allora prima di diventare un professionista e un collega? Voglio dire da ragazzino frequentavi gli autodromi, leggevi i giornali specializzati?

Mi ricordo che leggevo “Auto Italiana” che presentava questi piloti come super eroi, un’immagine che non condividevo, tant’è che quando ho deciso di fare il pilota è stata quasi una sfida per ridimensionare un ruolo. E alla fine ci sono riuscito. Sì proprio una scommessa anche contro quei giornali che discrevevano i piloti come marziani. In realtà la nostra professione richiede costanza, applicazione, determinazione, al pari di tante altre.

Che cosa ricordi a distanza di tempo della prima volta che ti sei calato nell’abitacolo di una Formula 1? Quanti anni sono passati?

Del cockpit della Formula 1 non ho avuto un grosso shock, nel senso che sono salito, sono andato, ho corso il mio primo Gran Premio bene, senza grossi problemi. La prima volta che sono salito su di un cockpit di Formula 2 sono andato a Truckstown per la prima corsa di campionato. Ovviamente non avevo molta esperienza con quella macchina e mi sono trovato tra piloti già professionisti che mi passavano da tutte le parti. Oltre tutto io non conoscevo bene il circuito e la prima mezz’ora è stata tragica al punto che intimamente ho pensato che forse questo non era il mestiere adatto a me e che avrei fatto meglio a tornarmene a casa. Poi, piano piano ho preso confidenza con la pista e sono riuscito addirittura ad andare in testa. Però ti assicuro che ancora oggi conservo un ricordo drammatico.

In questi anni hai guidato alcune vetture competitive e altre meno, qual’è la vettura che ti ha soddisfatto maggiormente come guida?

La BT49 Brabham è stata senz’altro una delle migliori. Ma anche la FW12C, quella che ho guidato per gran parte de questa stagione, è una buona macchina.

E il team manager con il quale hai avuto il miglior rapporto?

Ho avuto ottimi rapporti quasi con tutti. Io penso che la mia presenza così duratura in Formula 1 sia dovuta al fatto che tutte le persone con cui ho lavorato hanno sempre avuto rispetto e stima per quello che ho fatto per la squadra, nel bene e nel male. Anzi, posso dire di non aver mai litigato con le persone con le quali ho lavorato. Io credo che in generale tutti mi ricordino con piacere, come io ricordo loro.

Un pilota deve credere nel proprio team, nei tecnici, nei meccanici e deve essere convinto che in squadra non ci siano favoritismi. Nella tua lunga carriera sono più le volte che ti sei sentito vittima o favorito?


Non mi sono sentito né vittima, né favorito. Vero è che ci sono alcune circostanze all’interno del team che possono creare delle situazioni più favorevoli o sfavorevoli ai singoli piloti. Ma sono circostanze determinate, credo, più da rivalità personali o semplicemente perché un pilota in quel momento rende meglio dell’altro. Personalmente devo dire di aver sempre corso alla pari, meno l’anno scorso che ero seconda guida di Mansell, ma sono stato io ad accettare questa sua priorità, disciplinatamente.


Da pilota a collega come segui il dualismo esasperato tra Ayrton Senna e Alain Prost?


Il caso Senna-Prost è stato vissuto da tutti anche da noi piloti con un certo disagio. I due si sono trovati a lottare per la conquista del titolo mondiale e per Alain si trattava del terzo. A complicare le cose ci si è messo anche Balestre con le squalifiche di Mansell all’Estoril e di Senna a Suzuka innescando un processo di caccia alle streghe discutibile. Così il duello tra Alain e Ayrton si è risolto a tavolino anziché in pista o meglio non si è risolto affatto perché tra i due è rimasta molta ruggine. Ma è un caso abbastanza esasperato, come dicevi tu, perché ha finito per coinvolgere i team manager, i team stessi, il sistema. Ora però bisogna voltare pagina e pensare al futuro. Se ci sono stati errori, beh, cerchiamo di eliminarli e di darci una mano, soprattutto in pista.


In realtà un Campionato del mondo tu non hai mai avuto modo di vincerlo. Perché?


Perché per vincere un Campionato del mondo ci vuole l’organizzazione giusta che te lo possa far fare.


In confidenza hai provato qualche volta a darti dei voti? A dire a te stesso che non sei secondo a nessuno?


Non si è secondi a nessuno l’anno in cui si vince un Campionato del mondo. Io prendo come dato obiettivo la classifica alla fine dell’anno. Stabilire chi sia il più bravo, il più redditizio dipende sempre dalla circostanza. Se si ha la fortuna di essere nel team giusto, al momento giusto, ci si può esprimere al meglio, come penso di aver fatto io quest’anno in maniera egregia.


È questa volta che spinge un pilota a rischiare la vita?


Io non sono disposto a rischiare la vita, sono disposto a fare il mio lavoro in maniera molto professionale nei limiti della sicurezza, consapevole dei rischi cui posso andare incontro nella mia professione. Un Campionato del mondo non vale la mia vita. Quello che è stato fatto dai piloti e dalla FISA negli ultimi anni è sempre stato proteso verso la sicurezza e i risultati dal punto di vista dell’integrità fisica dei piloti si sono visti in parecchi casi.


Un saggio certamente epicureo disse una volta che non esiste rimedio tra la nascita e la morte salvo goderne l’intervallo. Qual’è il tuo pensiero in proposito? La Formula 1 per te oggi è godimento o solo professione? E quali sono i confini tra il piacere e la professione?


Sì, bisogna goderla, ma sempre usando la testa, nel senso di rimanere sempre consapevoli di quello che si fa. Più ragionevolmente vivi la vita e meglio è.


A volte tu porti tuo figlio ai Gran Premi. Con che spirito lo avvicini alle gare, a questo mondo? E lui come vive il rapporto come figlio di un pilota? Quando sei a casa che spazio occupa nei vostri dialoghi la Formula 1, il mondo delle corse?


Lo spazio che occupa la Formula 1 è il 3%, ovvero niente. Non spendo molto tempo coi miei figli, ma cerco, nel limite che lo consente la mia presenza, di essere un padre, di vivere i loro problemi, di divertirmi con loro e far loro sentire che sono vicino. Simone mi accompagna qualche volta ai G.P. perché ha piacere di vedere come è l’ambiente, anche se non è il suo sport preferito. Lui ama il tennis e lo sci.

Notoriamente sei molto legato a tua moglie, che è tra l’altro una persona deliziosa. Che cosa ti ha dato Susy in questi anni, intendo alla tua professione: ti è stata di stimolo, un freno?

Credo sia stata la persone che è riuscita a bilanciarmi perché è sempre stata molto moderata nelle espressioni, sia quando le cose andavano bene, sia quando andavano male. Ha sempre cercato di farmi vedere le cose con una certa obiettività e stando sempre al mio fianco. Credo che la moglie sia una presenza che debba esserci, ma con discrezione e Susy possiede questa qualità.

L’amore per le auto e per le corse quando è sbocciato in te si è manifestato più forte e più intenso rispetto a quello per una donna? A proposito, avresti lasciato l’automobilismo e le corse per una Susy?

Quand’ero piccolo non provato tanto entusiasmo per le automobili, però sicome a casa sia mio padre, sia mio fratello erano amanti delle corse automobilistiche mi devono aver trasferito questa voglia di provare. Io sono sempre stato, però, molto competitivo, mi è sempre piaciuto gareggiare e dal momento che riuscivo ad ottenere dei buoni risultati in questo sport, sono diventato pilota di Formula 1. Se avessi ottenuto risultati positivi in un’altra disciplina sportiva, probabilmente mi sarei impiegato anche in quella sino a diventare professionista. Non saprei dire se avessi mai abbandonato le corse per una Susy, perché per fortuna da quel punto de vista sia da parte dei genitori, sia da parte di Susy non ho mai subito ostruzionismo.

Dopo tanti anni e dopo tanti circuiti ripetuti, non hai provato in qualche momento il rigetto per il mondo delle corse? Neanche dopo un incidente?

L’incidente è sempre un qualcosa che lascia dell’amaro in bocca, soprattutto se finisce tragicamente. Nello stesso tempo, però, la passione per lo sport fa superare questi momenti molto difficili. Devo anche dire che il rigetto per le corse non l’ho provato certo per monotonia o abitudine, comprensibile del resto se penso che svolgo questa professione da tanti anni, ma mi ha preso in alcuni momenti quando umanamente all’interno di alcuni ambienti non si riusciva a trovare un’armonia che potesse rendermi piacevole il mondo delle corse.

Che cosa fai tu per curare la tua immagine nei confronti degli organi in informazione?

Ultimamente faccio parecchio. All’inizio della carriera riconosco che ero un po’ più brusco con i giornalisti. Pensavo che non fosse molto importante. Poi ho capito che anche i giornalisti fanno il loro mestiere e devono avere argomenti e spunti per lavorare e sono giunto alla conclusione che è professionalmente giusto collaborare con loro. Diciamo semplicemente che oggi ho una visione più matura del problema.

La tua carriera è contrassegnata da alcuni duelli a volte duri. Te ne ricordi qualcuno e il loro epilogo?

Duelli duri ne ho avuti parecchi. Tra i tanti si può ricordare Villeneuve a Zolder nel ’79 (?) io difendevo la mia posizione e sono stato accusato dalla stampa per non averlo lasciato passare. Secondo alcuni avrei dovuto farlo trovandomi nei panni per coincidenza di un impiegato. Fiat dal momento che correvo per la Lancia. E mi ha fatto un po’ ridere questa cosa. Poi ho avuto altri duelli e notoriamente non sono certo una gatta facile da pelare, perché penso che non devo regalare niente a nessuno e che se uno deve prendersi la posizione se la deve conquistare.

Caratterialmente sei uno che serba rancore?

Direi di no. Sono uno che affronta il problema molto energicamente e subito, però in genere non tengo rancore.

Quali sono le soddisfazioni più grandi che hai vissuto in Formula 1? E le delusioni?

Le soddisfazioni più grandi sono certamente aver vinto i Gran Premi di Monaco nell’82 e nel S. Africa nell’83, ma direi che un’altra grossa soddisfazione è questa rivalutazione della mia immagine. Dopo aver superato un 1985 molto difficile sono ritornato alla Brabham e piano piano sono riuscito a ricostruire Patrese come pilota e come persona e quest’anno le soddisfazioni che sono arrivate mi hanno ripagato nello spirito e dei sacrifici.

Il fatto di non essere finito in Ferrari può essere motivo di rimpianto?

No, non è un motivo di rimpianto. Finire alla Ferrari poteva essere gratificante, però nello stesso tempo sono molto contento di rimanere alla Williams perché ho instaurato un ottimo rapporto con Frank e con Dudot della Renault. Del resto ho fatto fare i primi passi al motore Renault per cui mi sento parte integrante di questo programma e penso che la nostra squadra abbia una grossa potenzialità per puntare ai vertici. Ci credo e mi piacerebbe mettere anche la mia firma sullo sviluppo di questo motore. Intanto quest’anno abbiamo già vinto due gran premi con Thierry e abbiamo tanti piazzamenti che ci hanno permesso di finire al secondo posto nella classifica construttori e per quanto mi riguarda al terzo nella classifica conduttori. E l’anno prossimo contiamo di fare ancora meglio.

Che cosa daresti per vincere un mondiale prima de chiudere con la Formula 1?

Tutto il mio impegno, come sempre. E se la Williams-Renault sarà competitiva, ti assicuro che mi vedrai spesso sul podio. Dimenticavo, con quel pizzico di fortuna e di coincidenze favorevoli, senza le quali è veramente difficile vincere un mondiale.

Di Claudio Casaroli per Ruote in Pista International (1989), dalla mia colezione privata. Published here for non-profit, entertainment-only purposes. No copyright infringement is intended.